LA CANTINA

La Cantina del Corazziere, con le sue 25.000 bottiglie, è una delle più rifornite ed importanti cantine di ristorante in tutta Italia. Un’ampia e prestigiosa selezione di etichette riempie gli scaffali della storica Cave dei Camesasca: dai giovani vini italiani alle grandi riserve delle case più prestigiose, alle numerose bottiglie dalle label capaci di far impazzire anche il collezionista più esigente. Accanto alla vasta selezione di vini italiani, trovano posto, inoltre, pregiati whisky e cognac tra i più rinomati, ricercati dagli intenditori.

Il perché de “La Cantina di Arnaldo"

PER STABILIRE COME ERA IN DIALETTO  IL NOME DI BRERA BISOGNA ANDARE AL “CORAZZIERE” DI BAGGERO

Qui si scopre anche cosa erano i “breschi”, vini breriani

Vent’anni fa, il 19 dicembre 1992, moriva Gianni Brera, il più grande giornalista sportivo italiano, lo scrittore di schiette storie paesane della bassa padana. Brera ha lasciato “millanta” ricordi ancora vivi, duri a morire. Anzi in occasione del ventennio della morte è giusto e onesto che sia ampia il coro di coloro che si impegnano in rievocazioni, celebrazioni, ricordi di aneddoti su questo grande maestro. Il figlio Paolo ha pubblicato con l’editore Frassinelli anche una strana storia inedita di Brera dal titolo “Brambilla e la squaw”  dove per la prima e unica volta allo scrittore di celebrata indole padana  piace andare un po’ fuori dalle umide e rigogliose sponde del Po per raccontare una storia di “pellerossa”, con il capo indiano “Altero Bisonte” e i suoi figli “Quaglia silvestre” e “Orso nero”: un “Gioânn” quindi nuovo. “Rob de matt”, viene da dire. E questa del figlio forse è stata la più bella iniziativa per ricordarlo.

 Sono tanti coloro a cui piace riproporre Brera  prendendolo quasi a braccetto e chiamandolo con il suo nome in dialetto milanese, o pavese. Spesso Brera, nelle lettere private, nelle dediche confidenziali, si firmava  proprio “Gioânn”, così come a lui piaceva anche farsi chiamare. Ma su questo nome Giovanni in dialetto vi sono molte interpretazioni diverse. Ognuno lo scrive come vuole, con accenti acuti, o gravi, messi un po’ qua, un po’ là. Quale dunque è la grafia giusta?  Trattandosi di dialetto non si è mai sicuri di niente, Ogni appassionato del vernacolo ha la sua versione. Possiede la sua verità. E’ inutile anche domandare lumi agli esperti perchè se andassimo a chiederlo a un paio di questi dotti avremmo sicuramente due opinioni diverse. Se li domandassimo ad altri tre riceveremmo altrettanti  pareri differenti. Se ne interpellassimo cinque, o sei,  sarebbe sempre la stessa storia: una eterogenea schiera di correnti di pensiero.  Cosa fare dunque? L’unica è andare alla ricerca di una autentica scrittura di Gianni Brera con la sua firma confidenzialmente in dialetto.

Abbiamo avuto la fortuna di scovare una sua dedica scritta sul legno liscio di una cassetta che conteneva bottiglie di vino e rivolta ad Arnaldo Camesasca, “patron” del ristorante “Corazziere” a Baggero di Merone. Ebbene  Gianni Brera si firmava proprio “Gioânn”. Quindi è da ritenere, senza alcun dubbio, che per lui la grafia giusta fosse quella con l’accento circonflesso sulla “a”.

Erano gli anni Sessanta e Brera che “teneva casa a lago” a Garbagnate Rota frazione di Bosisio Parini, arrivava spesso a cena dall’Arnaldo al “Corazziere”. Considerava il padrone del ristorante un uomo civile perché, come scrisse anche sul “Guerin sportivo”, Arnaldo amava, conosceva e apprezzava il vino. Proprio come lui.

Come è costumanza in queste amicizie  di atmsofera enologica, tra i due vi fu uno scambio di doni. Arnaldo regalò una cassetta dei vini della Riserva del Corazziere e Brera, contraccambiò, come è precisato bene nella dedica, con dei suoi “breschi”. E su questa parola si è posato qualche piccolo mistero che però è stato presto spiegato. I “breschi” sono i vini della terra bresciana, in particolare delle terre di Botticino, dove si fanno dei rossi stupendi, tra cui il “Botticino Doc” che Brera amava moltissimo e che quindi donò all’amico Arnaldo.

Ma perché la cassetta con la scritta “Riserva del Corazziere” con la dedica è conservata (come una reliquia per altro) dall’Arnaldo? Perché come spiega lo stesso “patron” del ristorante, Brera dopo aver fatto grande onore alla ricca cantina dell’amico, se ne andò con le bottiglie lasciando lì la cassetta sulla quale aveva scritto i suoi ringraziamenti corredati di firma amichevole, quasi come un suggello di riconoscimento ai vini dell’amico.

Queste poche parole scritte sul legno sicuramente con una “biro” da un grande come Gianni Brera e conservate con cura in una cantina a Baggero di Merone, sono dunque importanti non solo perché svelano come è la giusta grafia di “Gioânn”, ma anche perché tirano in ballo la parola “breschi” che è sicuramente un neologismo breriano.  “Breschi” dovrebbe essere un simpatico storpiamento di “bresciani” .  E sicuramente si riferisce ai vini della parte più orientale della terra lombarda. Secondo Alberto Schieppati, grande esperto di enogastronomia e direttore della rivista “Artù”, pubblicazione che si rivolge a tutti coloro che amano la buona tavola,  Brera con quel “breschi” voleva proprio indicare i vini di Botticino di Mattino e Botticino di Sera.  E lui quando voleva dire qualche cosa di sapido e di singolare non ci metteva niente ad inventarti  lì, sui due piedi, un neologismo. Ne ha coniati così tanti da creare quasi un lessico breriano. E così deve essere venuto fuori anche questo”breschi”. Però l’invenzione di Brera, come quasi tutte le sue, non è caduta nel vuoto. Adesso “breschi” è diventato veramente il nome di vini del Bresciano almeno per gli intenditori e per gli appassionati di questo nettare degli dei.

Emilio Magni

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